
Questo a mio avviso è un suicidio programmato. Nonostante io sia d’accordo con chi afferma che i malat terminale che non hanno più nessuna speranza e che sono ridotti ad una vita che tale non lo è più, abbiano diritto ad un FINE VITA dignitoso, vedo in questa notizia una scandalosa programmazione di un suicidio assistito.
La clinica elvetica ‘Dignitas’ aiuterà a morire una donna sana che vuole spegnersi accanto al marito, malato terminale. Per il fondatore il suicidio assistito è una “meravigliosa opportunità”
Londra, 2 aprile 2009 – La clinica svizzera ‘Dignitas’ ha annunciato che aiuterà a morire una donna sana che vuole spegnersi accanto al marito, malato terminale. E la notizia, dopo quella della ricca coppia britannica aiutata a morire nella stessa clinica, è destinata ad aprire un nuovo fronte di polemica nel dibattito sull’eutanasia.
Secondo il fondatore della clinica, Ludwig Minelli, il suicidio assistito è una “meravigliosa opportunità” che non dovrebbe essere negata alle persone malate allo stadio terminale o con gravi menomazioni fisiche.
La clinica, che ha sede in un appartamento a Zurigo, sostiene di aver già assistito al suicidio oltre un migliaio di cittadini britannici.
La coppia di coniugi canadesi si è già congedata da parenti e amici. “Il marito è malato”, ha raccontato Minelli al ‘Times’, “la sua compagna è sana, ma mi disse qui, nel mio studio: se mio marito se ne va, me ne voglio andare insieme lui”.
Minnelli, 76 anni, ex-giornalista ed avvocato a tutela dei diritti umani, sostiene che si dovrebbe avere un’attitudine più aperta al suicidio, “cioè che il suicidio è una possibilità di fuga davvero ottimale”.
Alcune delle persone aiutate a morire nella clinica svizzera erano pazienti psichiatrici (schizofrenici o sofferenti di disturbi bipolari). Tra gli altri che hanno cercato la ‘dolce morte’ tra le mura della clinica -oltre a Peter Duff e sua moglie Penelope, entrambi malati di cancro allo stadio terminale e ai quali il 27 febbraio scorso fu somministrato un potente barbiturico, che manda all’altro mondo nel giro di pochi minuti e senza dolori- anche Daniel James.
Appena ventitreenne, Daniel era una giovane promessa del rugby britannico, rimasto paralizzato in un incidente di gioco: non era malato terminale, ma i genitori dissero che era deciso a farla finita.




